PILLOLA 1 – LA CRISI

Mercoledì 16 Giugno 2021 – Laude XXIV, O vita penosa

Tre strofe della laude XXIV “O vita penosa( versi 147-164)  raccontano con realismo una crisi devastante e perfettamente comprensibile oggi sia per le circostanze che per gli effetti. 

Jacopone ha superato i 35 anni, svolge il ruolo di procuratore o di notaio al Comune di Todi, si occupa di operazioni di acquisizione e vendita, di divisioni di eredità di persone defunte, di compravendite fra privati e istituzioni organizzate come la curia vescovile o il Comune. Le risorse economiche personali e familiari si sono molto assottigliate anche per la sua prodigalità e questo ha generato dissapori con la famiglia, con il padre e i fratelli. Si trova a contrastare l’arroganza dei potenti, la doppiezza dei commercianti, l’avidità degli avari, la vanità di maschi e femmine della nuova borghesia degli arricchiti. È veramente stressato.

Forse riassumendo in prosa i versi che seguono, si riesce a percepire meglio la situazione che tormenta Jacopone: 

«Esausto dallo stress della giornata di lavoro e dalle discussioni irrisolte, andavo a letto sperando di riposare e invece le preoccupazioni che mi avevano tormentato tutto il giorno mi impedivano di dormire. Continuavano a angosciarmi, mi rigiravo nel letto. Arrivava la mattina e tutto ricominciava daccapo: affrontavo il problema che più mi pressava, ma non riuscivo a risolverlo come avrei voluto e me ne angosciavo. Finiva il giorno e tornava la notte e si ripeteva il supplizio della notte precedente. Il giorno dopo mi assaliva un altro problema a cui non potevo sfuggire. Queste preoccupazioni mi assalivano da ogni parte e mi sentivo peggio che in prigione … Maledetta ambizione dove mi hai portato, invece di soddisfazioni mi riempi di tribolazioni!» 

 

Stanco lo iorno, gìamene a letto,
pensava l’affetto nel letto pusare:
ecco i pensieri, là ov’era retto,
aveanme costretto a non dormetare;
or al pensare, volvennome entorno,
tollennome el sonno per molte fiata.

Fatto lo iorno, ed eo arcomenzava;
qual più me ’ncalzava, quella emprendìa:
non venìa fatta como pensava,
addolorava che no la compìa;
el dì se ne gìa, ed ecco la notte,
a darme le scorte com’ell’era usata.

Compìta l’una, ed eccote l’altra,
e questa falta non pò fugire:
molte embrigate enseme me ’nsalta,
peio che malta è ’l mio sofferire.
O falso desire, ed o’ m’hai menato,
ché sì tribulato passo mia stata?

 

 

Stanco del giorno me ne andavo a letto,
pensavo così di attenuare l’affanno;
ma ecco i pensieri che quando ero alzato
mi avevano impedito di sonnecchiare,
li penso di nuovo, rivoltandomi nel letto,
e continuavano a togliermi il sonno.

Fattosi giorno, ricominciavo,
intraprendevo la faccenda più urgente:
se non veniva fatta come pensavo,
mi addoloravo per non averla conclusa;
il giorno finiva, ed ecco la notte
a darmi i compensi come era abituata.

Compiuta una faccenda eccone un’altra,
e questa volta non posso sfuggire:
molti imbrogli mi assalgono insieme,
la mia sofferenza è peggio di una prigione.
O falso desiderio, dove mi hai condotto
che passo la mia vita così tormentato ?

C’è qualcuno tra coloro che leggono queste righe e questi versi che si è trovato in situazioni simili? Che è stato assalito da difficoltà professionali, finanziarie e familiari allo stesso tempo? Che ha tentato di risolverle ed è fallito?

La leggenda che è stata inventata sulla vita di Jacopone per giustificare la sua conversione è ridicola di fronte ad una situazione che il poeta ci presenta con tale evidente angoscia. Egli descrisse quella situazione in un periodo decisamente posteriore della sua vita, quando la crisi era stata, grazie a Dio, superata.

 

Dobbiamo anche aggiungere un altro elemento ed è quello della particolare ripugnanza di Jacopone nei confronti delle ingiustizie e delle ipocrisie. Henri Nouwen (1932-1996) scrive che « nessun mistico può evitare a sé stesso di diventare un critico a livello sociale, per il fatto che riflettendo su di sé i mistici scoprono le radici di una società malata … » e aggiunge: «un mistico è chiamato a smascherare le realtà illusorie della società umana. Misticismo e rivoluzione sono due aspetti dello stesso tentativo di arrivare a un cambiamento radicale».  Quando Jacopone racconta la sua storia non può fare a meno di provare disgusto per una organizzazione della società così feroce nelle dispute politiche, legali ed economiche. Tutto è basato sulla ricchezza, sull’arroganza del potere, sulle apparenze e le ipocrisie. 

In questa situazione di profondissimo disagio psicologico, il cristianesimo semplice e genuino di San Francesco lo aggancia irresistibilmente perché, come dice  Søren Kierkegaard: «la coscienza angustiata capisce il cristianesimo come un animale affamato».

 

Un ultimo elemento da prendere in considerazione per comprendere questo periodo cruciale della vita di Jacopone è che una conversione non è mai un evento improvviso come raccontano le agiografie fantasiose di tanti santi famosi … È invece il risultato di una lunga, lacerante, lotta interiore. È un lungo percorso in un tunnel buio dal quale solo alla fine – e certo per grazia di Dio –  si intravede la luce …