PILLOLA 3 – LA PENITENZA

Mercoledì 23 Giugno 2021, Laude III, Audite una ‘ntenzone, prima parte

Le pillole della seconda settimana descrivono il periodo del pentimento e della penitenza che Jacopone trascorse da francescano terziario laico e itinerante. Aveva un’età compresa fra 38 e 43 anni. Racconta i primi passi nella penitenza che gli richiedono di rinunciare alle comodità e ai vizi della bella vita. La laude, come molte del repertorio di Jacopone, ha un lato serio e un lato ironico, con qualche sberleffo. Per prima cosa mettiamo al sicuro la parte seria 

Jacopone è un discepolo di San Paolo ed ha ben presente quello che l’Apostolo scrive nella lettera ai Romani 7, 18-23: «… Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio … Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra …»

Chiunque abbia un vago sentore dei propri limiti, dovrebbe comprendere che San Paolo sta parlando anche per noi, della nostra difficoltà di essere coerenti con i nostri stessi valori, in molte circostanze. 

Jacopone non intende parlare per astrazioni, come fa un po’ misteriosamente San Paolo; parla invece della propria esperienza e immagina un contrasto fra due personaggi che rappresentano l’anima e il corpo. Sono due personaggi molto speciali perché si tratta evidentemente dello stesso individuo, che in questo caso è anche testimone terzo, cioè il poeta che descrive questo dibattito. 

Leggeremo insieme soltanto l’inizio di questa laude che è scritta al modo di Jacopone: con variazioni di linguaggio ed espressioni così forti, quasi scandalose, tali da catturare l’attenzione 

 

Audite una ’ntenzone ch’è ‘n fra l’anema e ’l corpo,
battaglia dura troppo fin a lo consumare.

L’anema dice al corpo: «Facciamo penetenza,
che possamo fugire quella grave sentenza
e guadagnim la gloria ch’è de tanta piacenza:
portimo onne gravenza con delettoso amare».

Lo corpo dice: «Turbame testo che t’odo dire:
nutrito so ’n delicii, no lo porrìa patire;
lo celebr’aio debele, porrìa tosto ’mpazire:
fugi cotal pensire, mai non me ne parlare».

«Sozo, malvascio corpo, lussurioso, engordo,
ad onne mia salute sempre te trovo sordo!
Sostene lo flagello d’esto nodoso cordo,
emprende esto descordo, ca t’ècci opo danzare!»

«Succurrite, vicine, ca l’anema m’ha morto,
alliso, ensanguenato, disciplinato a torto!
O impia, crudele, ed a che m’hai redotto?
Starò sempre ’n corrotto, non me porrò alegrare».

 

Udite una contesa fra l’anima e il corpo,
battaglia molto dura per tutta la vita.

L’anima dice al corpo: «Facciamo penitenza,
per poter sfuggire a un’infame sentenza
e per guadagnare una gloria così desiderabile
sopportiamo ogni sacrificio con amore gioioso».

Il corpo dice: «mi turba quello che ti sento dire:
mi sono nutrito di piaceri, non lo potrei soffrire;
la mia mente è debole, ne potrei impazzire:
allontana quel pensiero, non ne parlare più».

«Corpo sozzo, malvagio, lussurioso, ingordo,
alla vera salvezza ti trovo sempre sordo!
Sopporta le frustate di questa corda annodata,
ascolta questa musica e comincia a ballare!»

«Soccorretemi, amici, l’anima mi vuol morto,
ferito, insanguinato, mi ha picchiato a torto!
Anima malvagia e crudele, come mi hai ridotto?
Starò sempre a piangere, non potrò mai godere»

E poi prosegue:

metti il vestito rustico che pizzica come se ti pungessero le vespe. Dormi su un duro pagliericcio sopra i sassi invece che sul materasso. Accontentati di mangiare il pane duro. Rinuncia al vino.  Il corpo reagisce lamentandosi, piagnucolando, adducendo scuse, proprio come facciamo noi.  

Quanti piagnistei si sentono in giro! Nessuno ha il coraggio di chiedere sacrifici: hanno paura di perdere audience o consensi elettorali!

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