PILLOLA 8 – IL MISTERO DELL’EUCARISTIA

Mercoledì 14 Luglio 2021 – laude XLVI , “Co l’occhi c’aio nel capo” , prima parte

Una breve riflessione di premessa

In questa laude ci confrontiamo con la fede di Jacopone, ma la lettura sarebbe ben più coinvolgente se ci confrontassimo anche con la nostra. 

Per prepararsi adeguatamente a questa laude suggerisco di leggere, se vi capita, il breve testo dello scrittore Ferruccio Parazzoli, che è intitolato “Io credo?”, domanda che vi invito a rivolgere, senza minimizzare, anche a voi stessi. Davvero credete che Dio ha fatto il cielo e la terra … poi il peccato originale … poi la promessa che verrà un Salvatore … poi Dio che manda suo Figlio … e lo partorisce la Vergine Maria … poi il Figlio di Dio muore in croce … poi risorge    Prima di morire aveva distribuito del pane dicendo: “questo pane sono Io, mangiatelo ed avrete la vita eterna …” Siete sicuri di credere tutto questo?

Torna utile ricordare che Bernardo da Quintavalle, primo discepolo di Francesco, usava cominciare le sue meditazioni dicendo: «Dio mio, Dio mio, chi sei tu? E chi so’ io?». San Francesco aveva fatto propria questa introduzione alla meditazione e si dice che essa fosse adottata anche da Jacopone. Il mio amico Mirko Bellora suggerisce una variante che suona così: «Se esisti, chi sei tu? Se non esisti, chi sono io?». Capite che siamo di fronte a un problema molto serio. 

Ad un certo momento della sua vita Jacopone decise di concentrarsi sull’ultima domanda, quella dell’Eucaristia, che per lo meno gli dava l’appiglio a qualcosa di materiale e di concreto: un pezzo di pane. Immagino che Jacopone, prima di avventurarsi in questa laude, si mettesse in ginocchio e dicesse qualche preghiera introduttiva con le mani giunte, proprio come è ritratto nel dipinto che si trova nella chiesa di San Silvestro a Todi … 

 

La laude “Co l’occhi c’aio nel capo 

Questa laude riflette in maniera molto efficace il cambiamento radicale che è avvenuto nella vita di Jacopone dal periodo della conversione a quello della permanenza come frate minore nel convento di San Fortunato. Potrebbe avere un’età intorno ai 55 anni.

Vi invito a notare che nella numerazione che è stata data alle laudi dal sacerdote e tipografo fiorentino Francesco Bonaccorsi nel 1490, questa laude ha il numero 46 che è esattamente la metà di 92, che è il numero delle laudi oggi riconosciute come autentiche. Questa laude è dunque esattamente a metà del laudario di Jacopone e ciò, anche se non voluto, è certamente ispirato e profetico perché questa laude ci riferisce una visione di Jacopone che è il punto di arrivo della prima fase del suo itinerario mistico e il punto di partenza della seconda. Essa racconta il segreto e la gioia di uno che ha superato grandi difficoltà per giungere a questo punto di spiritualità, ma è ancora ben lungi dall’essere giunto alla meta dell’unione definitiva (finale, eterna) con il Dio crocifisso.

La laude è divisa in due parti di sei strofe ciascuna: nella prima parte Jacopone spiega la sua fede nell’Eucaristia, nella seconda esprime la meraviglia per i doni di grazia che ne ha ricevuto. Tra la prima e la seconda parte, tre strofe descrivono con un linguaggio di contrasti dirompenti, l’enormità del cambiamento di cui il poeta si sente oggetto e testimone.

Nelle prime tre strofe Jacopone ci espone il suo ragionamento che proviamo a riassumere per non perdere di vista il punto centrale della questione. È come se ragionasse con un amico o un’amica e dicesse: «Vedi amico mio o amica mia, sull’altare c’è un pezzo di pane. Voglio essere più preciso: quello che vedo è un pezzo di pane, se lo tocco confermo che è un pezzo di pane, se lo annuso e ne sento l’odore devo ammettere che è un pezzo di pane, se lo assaggio e percepisco il suo gusto ti confermo che è un pezzo di pane. Quattro sensi su cinque mi dicono che è un pezzo di pane. Solo l’udito mi riferisce una cosa diversa da quello che percepiscono gli altri quattro sensi. L’udito mi dice che nella forma visibile di questo pane è presente Cristo stesso»

L’amico o l’amica che lo sta ad ascoltare lo guarda di traverso, quasi si risente e gli fa la domanda che ognuno di noi, se fosse onesto, gli avrebbe fatto: «Come puoi dire una cosa simile? Come puoi crederla? Vorrei che tu me la spiegassi con qualche argomento ragionevole»

E Jacopone dà una risposta che lascia di stucco il suo interlocutore e, lo confesso, anche me. Gli replica: «Come puoi pretendere che io ti spieghi con un ragionamento qualcosa che  ha a che vedere con il mistero di Dio? Non mi sembra che tu ti ponga questo interrogativo vedendo intorno a te gli infiniti misteri dell’universo. Come puoi dubitare che Colui che ha creato tutto questo possa avere qualche difficoltà ad essere presente in un pezzo di pane?»

Per quanto mi riguarda (vi sembrerò un sempliciotto e uno sprovveduto) non mi sembra che ci possa essere ragionamento più convincente di questo e che al confronto le capriole verbali e retoriche o filosofiche della transustanziazione siano paglia e pula. Credi in Dio? Credi nel Vangelo e credi che quella sia la Parola di Dio? Allora mi sembra che puoi credere tranquillamente all’Eucaristia. Non credi in Dio e non credi nel Vangelo? Allora è evidente che non puoi credere nell’Eucaristia. Una terza opzione non c’è. 

 

Co l’occhi c’aio nel capo
veio ’l divin sacramento;
lo preite me mustra a l’altare:
pane sì è en vedemento;
la luce ch’è de la fede
altro me fa mustramento
a l’occhi mei che ho drento,
en mente razionata.

Li quattro sensi dicono:
«Questo sì è vero pane».
Solo l’audito resistelo,
ciascun de lor for remane:
so este vesibele forme
Cristo occultato ce stane:
cusì a l’alma se dàne
en questa mesteriata.

«Como porrìa esser questo?
Vorrìal veder per rascione».
L’alta potenzia divina
sommettiriti a rascione?
Piacqueglie lo ciel creare,
e nulla ne fo questione:
unque farite entenzone
’n questa sua breve operata?

 

Con gli occhi che ho in capo
vedo il divino sacramento;
il prete me lo mostra all’altare:
a vederlo è pane;
la luce della fede
mi mostra una cosa diversa
agli occhi che ho nell’intimo,
nell’anima ragionevole.

Quattro sensi dicono:
«questo è vero pane».
Solo l’udito lo nega,
ciascuno degli altri resta fuori:
sotto queste forme visibili
sta celato Cristo:
così si concede all’anima,
in questo mistero.

«Come può essere questo?
Vorrei capirlo con la ragione».
Sottometteresti dunque alla ragione
la potenza di Dio?
Gli piacque creare il cielo,
e non vi fu nessuna contestazione:
farete forse una discussione
per questa sua piccola opera?

 

Jacopone si rende conto che questa risposta non può soddisfare il suo amico e perciò continua a ragionare per completare l’analisi del problema. Nella strofa successiva egli aggiunge una metafora esplicativa del suo punto di vista: «Se vuoi capire cosa è per me l’Eucaristia ti dirò che è come il bastone per il cieco. Il bastone non serve al cieco per vedere il mondo che lo circonda né la strada su cui cammina, gli serve soltanto ad evitare gli ostacoli e, sia pure con difficoltà, a proseguire il suo cammino.» L’Eucaristia non ci dice nulla del mistero di Dio che è contenuto in essa, ma è un aiuto indispensabile per farci progredire nella fede e nella vita.

 

A lo ’nvesibele cieco
ven con baston de credenza;
a lo divin sacramento
vence con ferma fidenza:
Cristo, che lì ce sta occulto,
dàte la sua benvoglienza,
e qui se fa parentenza
de la sua grazia data

 

 

Come al cieco che non vede
viene fiducia dal bastone,
accostati al sacramento divino
con ferma fede:
Cristo, che là sta nascosto,
ti dona la sua benevolenza
e in ciò si stringe una parentela
concessa per sua grazia.

 

 

Questa idea lo entusiasma e lo commuove. Con le lacrime agli occhi conclude così: 

 

E qui sì se forma un amore
de lo envesibele Dio:
l’alma non vede, ma sente
che glie despiace onne rio;
miracol se vede enfenito:
lo ’nferno se fa celestìo,
prorompe l’amor frenesìo,
piagnenno la vita passata

 

 

Qui prende forma l’amore
dell’invisibile Dio:
l’anima non vede, ma sente
un forte disgusto del male;
come un miracolo infinito,
l’inferno si fa paradiso,
prorompe l’amore fervente
piangendo gli orrori del passato.

 

 

Mirko Bellora lo spiega con il suo entusiasmo contagioso: questo è il dono, il mistero, lo “scandalo”, la bellezza, la forza, la consolazione, la gratuità, la necessità dell’Eucaristia