PILLOLA 13 – DOMINARE GLI ISTINTI EMOTIVI

La laude LX  –  “O amor de povertate”

Dopo i voti di povertà, castità e ubbidienza … dopo la rinuncia al potere, al prestigio culturale e alla fama di santità  … l’itinerario mistico di Jacopone propone di superare un ostacolo ancor più difficile: vincere gli istinti emotivi più profondi: il temere, lo sperare, l’addolorarsi e il rallegrarsi, Ci sono poi due versi che aggiungono qualcosa di ancora più forte: non farsi determinare dalla paura dell’inferno né dalla speranza del paradiso. Possiamo immaginare che impressione possa aver fatto l’affermazione “de lo ’nferno non temere e del ciel spem non averead alcuni rappresentanti della Chiesa del suo tempo che sulla minaccia dell’inferno e sulla promessa del paradiso basavano le loro ammonizioni ai fedeli, le indulgenze, le preghiere per i morti, i lasciti alla Chiesa per le messe in suffragio … 

 

Quattro venti move ’l mare,
che la mente fon turbare:
lo temere e lo sperare,
el dolere e ’l gaudiate.


Queste quattro spogliature
più che le prime so dure;
si le dico, par errure
a chi non ha capacitate:


de lo ’nferno non temere
e del ciel spem non avere,
e de nullo ben gaudere
e non doler d’avversitate

La vertù non è perchene

ca ‘l perchene è for de tene; 

en encognito te tène

a curar tua enfermetate

 

Quattro venti muovono il mare:
che l’anima fanno turbare
la paura e la speranza,
il dolere e il godere.


Queste quattro spogliature
più delle prime sono dure;
se lo affermo, sembra errore
a chi non comprende la realtà:


dell’inferno non temere,
e nel cielo non sperare
non gioire di nessun bene,
e non dolerti delle avversità.

La tua virtù non è la causa della tua salvezza

poiché questa causa è fuori di te

e nascostamente ti sorregge 

e cura la tua debolezza.

A rifletterci bene, in nessun luogo Gesù dimostra un interesse diretto per l’inferno. Egli ne parla solo marginalmente e servendosi di locuzioni del tutto tradizionali. Il suo messaggio non è un messaggio minaccioso , ma una “lieta notizia”. Al tempo di Jacopone la chiesa aveva adottato per le esequie dei morti il Dies irae, che a rigore dovrebbe essere considerato una bestemmia dato che l’ira è un peccato capitale e un sentimento che non può essere attribuito a Dio. 

Pochi anni dopo la morte di Jacopone, Dante immaginò che sopra la porta dell’Inferno fosse scritto “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”,  parole anti-Cristiane che si possono pronunciare con leggerezza solo quando a priori non ci si annovera tra coloro cui esse si riferiscono. Dante non faceva altro che tradurre in poesia l’opinione e l’insegnamento della Chiesa dei suoi tempi.

Quando parliamo di Paradiso, di Purgatorio, di Inferno, ci vengono in mente quelle immagini che ci sono state proposte, ad esempio, da Dante che è stato un grande poeta ma che ha contribuito largamente a darci un’immagine strampalata – sopra, sotto, più in alto, più in basso – del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno. Luca Signorelli nel Duomo di Orvieto dipinge la resurrezione dei corpi: ne fa risorgere forse una dozzina e una mezza dozzina rimane sotto. Quelli che risorgono vanno in su e sono belli, atletici, mentre quelli che rimangono sotto vanno in giù e sono così così  (Ferruccio Parazzoli, 1998). Meglio di Luca Signorelli ha fatto soltanto Michelangelo nella Sistina, con il Cristo Giudicante in trono e un Dio creatore sempre accigliato. 

Jacopone ci fa comprendere infine che non siamo salvi per nostro merito: “la vertù non è perchene, ca ‘l perchéne è for de tene...” Egli dice in sostanza: quando avete svuotato il vostro cuore dagli ingombri dell’ego e lo avete riempito dell’amore di Dio, non preoccupatevi dell’inferno e del paradiso, anzi non preoccupatevi di niente.

Questo pensiero ha  risonanze profonde nella spiritualità cristiana. Sant’Agostino, che era uno dei riferimenti più amati da Jacopone, aveva scritto secoli  prima: «… Una volta per tutte ti viene imposto un breve precetto: ama e fa ciò che vuoi, sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene»

E la piccola Teresa di Lisieux, secoli dopo Jacopone, ha scritto: «Il fuoco dell’amore è più santificante di quello del purgatorio». Sono dovuti passare otto secoli dalla la morte di Jacopone perché la Chiesa trovasse la forza di gridare “Non abbiate paura!” con Giovanni Paolo II. Jacopone sarebbe stato molto felice di una simile decisione, credo che le analogie fra il suo sentimento e quello della piccola Teresa di Lisieux siano tante e meriterebbero un studio più approfondito. 

Il mio amico don Carlo dice sostanzialmente la stessa cosa (24 Giugno 2021): «Se imparassimo a lasciarci portare dove il Signore vuole senza farci troppe domande e tanti progetti, impareremmo a guardare la nostra vita con occhio di spettatori. Se la nostra unica preoccupazione fosse fare ciò che il Signore ci chiede, scopriremmo all’improvviso che a tutto il resto pensa Lui»