PILLOLA 18 – VERSO LA PERFETTA UMILTA’

La laude LV , “Che farai, fra Jacovone?”

La confessione che Jacopone fa con il verso della “vil cosa” della laude precedente ci fa capire bene cosa accadde negli anni maledetti 1295-97, quando con l’alternanza Celestino V – Bonifacio VIII qualcosa nella Chiesa e nel Francescanesimo dovette sembrare  “vil cosa” a Jacopone: cosa indecente, ignominio per la Chiesa e per il Francescanesimo. La sua lingua si drizzò e dalla sua penna uscirono parole di fuoco. La Chiesa di Bonifacio VIII, in realtà non la Chiesa ma la Curia Romana che è un’altra cosa, lo scomunicò e lo mise in carcere. Avremo modo, se Dio vuole, di raccontare nel 2022 questa storia. Intanto andiamo a sentire cosa ci racconta,  con sottile autoironia, nella laude LV, “Che farai fra Jacovone”, della sua prigione. Aveva 70 anni, era un vecchio sfinito: questo racconto, che Jacopone fa con l’intento di farci quasi sorridere delle sue disgrazie, in realtà ci riempie di tristezza al ricordo di quest’uomo, sommo nel pensiero, nella devozione e nella poesia, trattato con tanta malagrazia dalla istituzione che egli amava con fedeltà e passione. 

La prescione che m’è data,
una casa sotterrata;
arescece una privata,
non fa fragar de moscone.


Nullo omo me pò parlare;
chi me serve lo pò fare,
ma èglie upporto confessare
de la mia parlazione.


Porto iette de sparvire,
soneglianno nel mio gire:
nova danza ce pò odire
chi sta appresso a mia stazone.


Da puoi ch’eo me so colcato,
revoltome ne l’altro lato:
nei ferri so enzampagliato,
’ngavinato el catenone.


Aio un canestrello appiso
che dai surci non sia offiso:
cinque pane, al mio parviso,
pò tener lo mio cestone.


Lo ceston sì sta fornito:
fette de lo dì transito,
cepolla per appetito:
nobel tasca de paltone.


Puoi che la nona è cantata,
la mia mensa apparecchiata,
onne crosta è aradunata
per empir mio stomacone.


Mentre magno, ad ura ad ura,
sostener granne freddura,
lèvome a l’ambiadura,
estampiando el mio bancone.


Paternostri otto a denaro
a pagar Deo tavernaro,
ch’eo non aio altro tesaro
a pagar lo mio scottone.

 

La prigione che mi hanno assegnata
è nel sotterraneo di una casa;
vi sbocca una latrina,
che non diffonde profumo di muschio.


Nessuno mi può parlare,
solo il carceriere lo può fare,
ma poi deve confessare
tutto quello che gli ho detto.


Porto catene da sparviero
che tintinnano quando cammino:
può sentire la nuova danza
chi è vicino alla mia stanza.


Dopo che sono coricato,
mi rivolto dall’altro lato:
nei ferri mi trovo impigliato
e bloccato dalla catena.


Ho un canestrello appeso
che sia inaccessibile ai topi:
a occhio e croce cinque fette di pane
può contenere il mio cesto.


Il cestello è così fornito:
fette di pane raffermito,
e cipolla per stuzzicare l’appetito:
egregia razione da mendicante.


Dopo che la nona è cantata,
la mia mensa è preparata,
ogni crosta è radunata
per riempirmi lo stomaco.

Mentre mangio a certe ore,
devo sopportare un gran freddura,
mi alzo per una sgambatura,
pestando i piedi sul mio tavolato.


Otto Paternostri per ogni denaro
devo dire per il dio tavernaro,
non ho altri tesori
per pagare il mio debito.

Questa situazione, che avrebbe stroncato la resistenza di qualunque persona fu invece l’occasione provvidenziale per superare l’ultimo scalino che lo separava dalla perfetta umiltà francescana. Incassò questi colpi tremendi senza mettersi a piagnucolare e ne trasse spunto e forza per il definitivo incontro con la gioia e l’amore di tutta la sua vita: il Dio Crocifisso …

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