COMMENTO ALLA LAUDE LX

Laude LX “Amor de povertate”

(a cura di Claudio Peri)

La Laude LX “Amor de povertate” è il compendio dell’itinerario mistico di Jacopone. Spiega il lungo e difficile cammino della rinuncia al proprio ego per lasciare il proprio cuore a disposizione dell’amore di Dio e delle sue creature. Questa laude è stato uno dei testi fondamentali di formazione di mistici di ogni credo religioso. Il suo valore è grande anche in termini puramente umani: molti agnostici o atei di grande spiritualità si potrebbero riconoscere in questi versi

 

PREMESSA

In sintesi, lo scopo di un itinerario mistico è quello di vivere la prima beatitudine proposta da Gesù: Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Matteo 5, 1-3). È un itinerario che riguarda tutti i cristiani perché, come ha detto Karl Rahner: « Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà più». Il mistico / la mistica è una persona che  si è liberata del proprio ego e si è messa nelle mani di Dio. Su questo punto c’è una convergenza dei mistici di ogni fede religiosa. 

C’è anche un accordo generale nel considerare che il misticismo non è uno stato astratto. Al contrario, uno dei segreti dei grandi mistici è la concretezza, la capacità di percepire l’unicità di ogni esperienza anche minima e l’attenzione al presente senza lasciarsi prendere da nostalgie del passato e da fantasticherie sul futuro. 

Dobbiamo infine dire che nessun mistico può evitare di diventare un critico a livello sociale per il fatto che riflettendo su di sé i mistici scoprono le radici di una società, e qualche volta di una Chiesa, malata (H. Nouwen). Da mistico a profeta il passo è breve.

Dalla visione che Jacopone presenta in questa laude viene radicalmente cancellato l’equivoco che Gesù per poveri intendesse quelli che non hanno beni materiali. Gesù non si è mai sognato di fare un elogio della miseria e del fardello di dolore e di ingiustizia che essa comporta. E tuttavia proprio da quello si deve cominciare, cioè dalla rinuncia al possesso dei beni materiali. Così ha cominciato Francesco. Così ha chiesto Gesù al giovane ricco che si illudeva di essere in regola con i comandamenti di Dio. 

L’itinerario mistico vissuto e consigliato da Jacopone si avvia con la rinuncia al possesso di beni materiali e si sviluppa poi in tre tappe che rappresentano la sequenza vissuta e suggerita da Jacopone, ma anche – è opportuno premetterlo – adatta all’itinerario spirituale di ogni uomo e di ogni donna sulla terra.

INTRODUZIONE ALL’ITINERARIO MISTICO: RINUNCIARE AL POSSESSO DI BENI MATERIALI

I versi da 1 a 13 mettono a confronto una vita angustiata dalla smania di possesso dei beni materiali con la vita tranquilla, sicura e pacifica di chi si libera da  tale smania. 

Possiamo aggiornare il pensiero di Jacopone riferendolo con ogni evidenza ai nostri giorni. L’avidità di possesso è responsabile delle più grandi iniquità, disuguaglianze e miserie a livello globale o locale. Se l’economia diventa monetaria e il valore di un Paese si misura con il PIL, il rapporto con il possesso diventa decisivo per la vita, per l’etica e anche per la vita spirituale. 

Venendo più modestamente alle nostre esperienze personali, quante volte ci siamo affannati per la voglia di possedere qualcosa che poi ci ha lasciati del tutto insoddisfatti!  Il filosofo Henry David Thoreau (1817-1862) ha detto: «La ricchezza di un uomo non è proporzionale al numero di beni che può possedere, ma al numero di cose cui può rinunciare». 

O amor de povertate,
renno de tranquillitate!


Povertate, via secura,
non ha lite né rancura;
de latron non ha paura,
né de nulla tempestate.


Povertate more en pace,
nullo testamento face:
larga el monno como iace
e le gente concordate.


Non va a iudece né notaro,
a corte non porta salaro;
ridese de l’omo avaro,
che sta en tanta ansietate.


Povertate, alto sapere,
a nulla cosa soiacere,
en desprezo possedere
tutte le cose create.


Chi despreza, sì possede;
possedenno non se lede:
nulla cosa i piglia ’l pede
che non faccia sue iornate.


Chi desìa è posseduto:
a quel c’ama s’è venduto;
s’egli pensa che n’ha avuto,
han’ avute rei derrate

 

O amore di povertà,
regno di tranquillità!


Povertà, strada sicura,
senza liti né rancori;
dei ladri non ha paura
né di alcuna disavventura.


La povertà muore in pace,
non fa alcun testamento:
lascia il mondo come lo trova
e le persone in buon accordo tra loro.


Non va dal giudice né dal notaio,
non porta a casa gran guadagno;
se la ride dell’avaro
che sta sempre in ansietà.


Povertà, grande sapere,
ed a nulla soggiacere,
senza interesse possedere
tutte le cose create.


Chi non desidera possiede veramente
e possedendo non corre rischi:
nessun ostacolo gli impedisce
il suo libero cammino.


Chi desidera è posseduto:
ai suoi desideri si è venduto;
se riflette a quel che ha avuto,
trova solo cattivi compensi

UNA  DICHIARAZIONE DI INTENTI

Fatto il primo passo dell’itinerario mistico con la rinuncia al possesso dei beni materiali, Jacopone cerca di farci comprendere quale è l’obiettivo finale al quale egli vuole dedicare la sua vita. La sua capacità di sintesi è uno dei suoi doni più straordinari: egli descrive in 4 mosse nei versi 16 e 17 la sua  “dichiarazione di intenti”:

Deo no alberga en core stretto:
tant’è granne quant’hai affetto;
povertate ha sì gran petto,
che ci alberga Deitate

 Dio non abita in un cuore stretto:
il cuore è grande quanto il suo affetto;
la povertà ha un cuore tanto grande
che ci può abitare Dio

E cioè:

1: “Dio non abita in un cuore stretto”. Vuol dire che Dio non abita in un cuore ingombro  di pregiudizi e di  smanie dell’ego. Con sensibilità lucidamente laica Einstein, ha detto:  «Il vero valore di una persona si determina esaminando in quale misura e in che senso è arrivato a liberarsi dall’ego»

2:  l’unico sistema per fare largo nel nostro cuore è di riempirlo di amore. L’amore è precisamente ciò che allarga il cuore e espelle da esso l’egoismo. 

3: l’allargamento del cuore richiede una condizione che si chiama povertà di spirito, cioè rinuncia all’ego.

4: il risultato finale, quello che decreta il successo di tutta l’operazione, è quando il cuore è abbastanza grande che ci può abitare Dio.

In 2 versi e 21 parole l’itinerario mistico di Jacopone e di qualunque mistico è perfettamente definito! Ognuno sa cosa deve fare: 

  1. Svuotare il cuore da ogni egoismo ed egocentrismo;
  2. genuflessioni e rosari non contano. Conta lo spazio d’amore che c’è nel nostro cuore, a disposizione delle altre creature e di Dio.

PRIMO LIVELLO DELL’ ITINERARIO MISTICO: RINUNCIARE ALLA SUPERBIA, ALLA VANITÁ E ALL’ARROGANZA DEL POTERE E DELLA CULTURA E ALLE IPOCRISIE DELLA  SANTITÁ

Jacopone aveva superato con una certa facilità la tentazione del possedere, ma gli era più difficile rinunciare i) al potere: era abituato a comandare e non ad ubbidire – ii) alla cultura: era abituato a studiare e a imporre le sue conoscenze alla gente meno colta di lui –  iii) alla fama di santità che per lui era un terreno sdrucciolevole perché, ad un certo momento della sua vita, avevano cominciato a considerarlo e descriverlo come un santo.

Queste tentazioni erano diffuse anzi consuete nella Società in cui viveva e anche nella Chiesa 

A far l’onore ’n te morire,
le reccheze fa sbannire,
la scienzia tacire
e fugir fama de santetate.


La reccheza el tempo tolle,
la scienzia en vento estolle,
la fama alberga ed accolle
l’ipocresia d’onne contrate

Per far morire in te ogni smania di onore,
allontana le ricchezze,
fai tacere la scienza
e fuggi la fama di santità.


Il tempo toglie la ricchezza,
la scienza si perde in vanagloria,
la fama di santità alberga ed accoglie
ogni sorta d’ipocrisia.

In primo luogo Jacopone si preoccupa di spegnere nel proprio cuore la smania di onore, cioè di potere. Si guarda intorno e constata che il potere sia nella Società che nella Chiesa era legato alla ricchezza. Non aveva torto; ai suoi tempi diventavano vescovi e cardinali quelli che venivano da famiglie nobili e ricche. A Todi venivano nominati Podestà i membri di famiglie nobili e ricche. Oggi non è più così e la tentazione è diventata più sottile, ma non meno maligna. 

Oggi può diventare vescovo o cardinale anche il figlio di un contadino e potrebbe essere difficile sentirsi chiamare eccellenza o eminenza senza essere presi da un po’ di ebbrezza del potere! La stessa regola si applica in politica: ci sono politici che sono letteralmente divorati dall’ambizione di potere. Comprendono dittatori assassini e apostoli della violenza di cui è piena la terra. La vanità  di sentirsi onorevole o anche senatore o perfino sindaco è spesso un invincibile attrattore-condizionatore della vita di alcuni. 

Eliminata dal proprio cuore la smania di ricchezza e potere, si presentano altre tentazioni da superare: quella della cultura (scienzia) e quella della santità. 

Quanto alle ambizioni e alle vanità intellettuali, che andavano tanto di moda nelle accademie di quei tempi come oggi, è inutile dire che Jacopone non le sopportava e spesso le metteva a nudo con graffiante ironia (si legga la divertente e brevissima laude “Tal qual’è, tal’è”).

Più seria dovette essere la sua riflessione sulla santità. Ai suoi tempi la rivelazione di miracoli, di visioni, le bilocazioni, di levitazioni come fanno oggi gli hovercraft sull’acqua, erano all’ordine del giorno. E inoltre erano diffusi i digiuni estremi, soprattutto delle mistiche, fino a morire di anoressia o di inedia e i silenzi estremi, fino a record di decenni senza dire una parola. Le speculazioni anche economiche sui miracoli, sulle reliquie  e sulle santità fiorirono ai suoi tempi e si sono trascinate purtroppo fino ai nostri giorni. Tutto questo urtava la sensibilità di Jacopone per un difetto  che per lui era il peccato più riprovevole: l’ipocrisia. Quando, per un certo periodo, qualcuno cominciò a mettere in giro la voce che egli fosse santo, lui la liquidò con un paio di versi come una tentazione del Demonio. 

Che meraviglia e che gioia, sei secoli dopo Jacopone, leggere il diario della piccola santa di Lisieux, in cui Teresa dice di voler cercare la verità senza ammettere nessuna esagerazione, nessuna attrazione per narrazioni inverosimili: niente visioni, levitazioni, bilocazioni, stigmate…

Quanto ai miracoli, Jacopone fa una scelta piuttosto radicale: crede nei miracoli di Gesù descritti nei Vangeli e in particolare nei più indimostrabili come la nascita da una vergine, la resurrezione, la presenza di Cristo in un pezzo di pane. Non solo crede che siano veri, ma affida ad essi senza esitazione tutta la sua vita. Questo passaggio era la logica conseguenza di una scelta decisiva che aveva fatto il suo cuore e cioè che Gesù Cristo era il Dio incarnato. Tutto il resto ne discendeva di conseguenza: sia i miracoli testimoniati dai vangeli, sia il sospetto che i miracoli proclamati da singoli cristiani e dalla Chiesa potessero essere spesso niente altro che manifestazioni interessate di ipocrisia.  La sua coerenza nella fede al netto dei racconti più o meno fantasiosi sui santi, sui miracoli e sulle santità è, come dicono gli inglesi, “crystal clear”. 

Chi pensa oggi che il misticismo di Jacopone sia di uno stampo antico e superato è perché non sa guardare con occhio limpido alle contraddizioni della Società e della Chiesa di oggi. 

SECONDO  LIVELLO DELL’ ITINERARIO MISTICO: DOMARE LE EMOZIONI E AFFIDARSI DEFINITIVAMENTE A DIO

Dopo la rinuncia alla ricchezza, al potere, al prestigio culturale e alla fama di santità  … l’itinerario mistico di Jacopone propone di superare un ostacolo ancor più difficile: vincere gli istinti emotivi più profondi: il temere, lo sperare, l’addolorarsi e il rallegrarsi, 

Quattro venti move ’l mare,
che la mente fon turbare:
lo temere e lo sperare,
el dolere e ’l gaudiate.


Queste quattro spogliature
più che le prime so dure;
si le dico, par errure
a chi non ha capacitate:


de lo ’nferno non temere
e del ciel spem non avere,
e de nullo ben gaudere
e non doler d’avversitate

La vertù non è perchene
ca ‘l perchene è for de tene;
en encognito te tène
a curar tua enfermetate

Quattro venti muovono il mare:
che l’anima fanno turbare
la paura e la speranza,
il dolere e il godere.

 Queste quattro spogliature
più delle prime sono dure;
se lo affermo, sembra errore
a chi non comprende la realtà:


dell’inferno non temere,
e nel cielo non sperare
non gioire di nessun bene,
e non dolerti delle avversità. 

La tua virtù non è la causa della tua salvezza
poiché questa causa è fuori di te
e nascostamente ti sorregge 
e cura la tua debolezza.

I versi 32 e 33 specificano un concetto molto forte: non aver paura dell’inferno né speranza del paradiso. Possiamo immaginare che impressione facesse questa affermazione ad alcuni rappresentanti della Chiesa del suo tempo che sulla minaccia dell’inferno e sulla promessa del paradiso basavano le loro ammonizioni ai fedeli, le indulgenze, le preghiere per i morti, i lasciti alla Chiesa per le messe in suffragio … 

A ben leggere il Vangelo, Gesù non dimostra mai un particolare interesse per l’inferno. Egli ne parla solo marginalmente e servendosi di locuzioni del tutto tradizionali. Il suo messaggio non è un messaggio minaccioso, ma una “lieta notizia”. Al tempo di Jacopone la chiesa aveva adottato per le esequie dei morti il Dies irae, che a rigore dovrebbe essere considerato una bestemmia dato che l’ira è un peccato capitale e un sentimento che non può appartenere a Dio. 

Pochi anni dopo la morte di Jacopone, Dante immaginò che sopra la porta dell’Inferno fosse scritto “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”,  parole che si possono pronunciare con leggerezza solo quando a priori non ci si annovera tra coloro cui esse si riferiscono. Dante è stato un grande poeta, così grande da convincere la Chiesa a parlare di lui come di un cristiano esemplare, ma ha contribuito largamente a darci un’immagine strampalata  del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno. Questa storia che uno si inventa l’inferno, il purgatorio e il paradiso per premiare i suoi amici e i suoi idoli, coprendo di vergogna i suoi nemici, insomma questa ridicola imitazione del giudizio di Dio, non sarebbe piaciuta a Jacopone: se ne avesse potuto avere notizia (ma non era possibile, la Divina Commedia fu resa pubblica dopo la morte di Jacopone)  forse avrebbe suggerito al grande Fiorentino di non scherzare con queste faccende. Chissà che scintille polemiche sarebbero nate da questi due spiriti pieni di forza, di logica e di fantasia!

Jacopone conclude in sostanza: quando avete svuotato il vostro cuore dagli ingombri dell’ego e lo avete riempito dell’amore di Dio, non preoccupatevi dell’inferno e del paradiso, anzi non preoccupatevi di niente. Questo pensiero ha  risonanze profonde nella spiritualità cristiana. Sant’Agostino, che era uno dei riferimenti più amati da Jacopone, aveva scritto secoli  prima: «… Una volta per tutte ti viene imposto un breve precetto: ama e fa ciò che vuoi, sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene»

E la piccola Teresa di Lisieux, secoli dopo Jacopone, ha scritto: «Il fuoco dell’amore è più santificante di quello del purgatorio». Sono dovuti passare otto secoli dalla la morte di Jacopone perché la Chiesa trovasse la forza di gridare “Non abbiate paura!” con Giovanni Paolo II. 

TERZO  LIVELLO DELL’ ITINERARIO MISTICO: RINUNCIARE ALLA PRESUNZIONE DI SAPER RICONOSCERE LA VERITÁ

Nell’ultima parte della laude, tra paradossi e dichiarazioni di incapacità ad esprimersi, Jacopone dice che la perfetta umiltà ribalta e contraddice tutto ciò che la nostra mente è abituata a credere “perché i pensieri di Dio non sono i miei pensieri, le mie vie non sono le sue vie” (Isaia 55, 8)

Questo è sicuramente il gradino più alto di un itinerario mistico: quello in cui si rinuncia a giudicare, riconoscendosi incapaci di conoscere la verità di Dio, cioè quella vera.

Lo terzo ciel è de più altura,
non ha termen né mesura:
for de la ’mmagenatura
fantasie mortificate.

Da onne ben sì t’ha spogliato,
e de vertute espropriato:
tesaurizzi el tuo mercato
en propria tua vilitate.

Questo cielo è fabrecato,
en un nichil è fondato,
o’ l’amor purificato
vive ne la veretate.

Che che te parea non è,
tanto è alto quel che è:
la superbia en cielo s’è
e dannase l’umilitate.

Questo cielo ha nome “none”:
moza lengua e ‘ntenzione,
o’ l’amore sta en prescione
‘n quelle luce ottenebrate

Onne luce è tenebrìa,
e onne tenebre c’è dia:
la nova filosofia
gli utri vecchi ha dissipate.

Vivere eo e non eo,
e l’esser meo non esser meo,
questo è uno tal traieo,
che non so diffinitate

Il terzo cielo è il più alto,
non ha confini né limiti:
è inimmaginabile
al di là di ogni fantasia. 

Quando ti sei spogliato da ogni bene
e sei espropriato dalla virtù.
il tuo scambio ti dona un tesoro
fondato proprio sulla tua pochezza.

Questo cielo è costruito
e fondato sull’annullamento di sé,
nel quale il tuo amore purificato
vive nella verità.

Quello che ti sembrava vero non lo è ,
tanto è alta la verità di ciò che è;
vedi il superbo che sta in cielo
e l’umile che si danna.

Questo cielo si chiama “no”:
annulla ogni parola e ogni volontà,
l’amore è prigioniero
di una luce oscurata

Ogni luce è tenebra,
e ogni tenebra è luce:
la nuova filosofia,
ha spaccato gli otri vecchi.

Vivo io e non io,
e il mio essere non è più mio,
questo è un tale cambiamento
che non lo so definire

Questi versi manifestano un’idea, anzi un sentimento, che illumina il misticismo di Jacopone, gli sconvolge ogni percezione, gli fa percepire la bellezza infinita nel perfetto annichilimento di sé. Forse pochi studiosi hanno percepito il valore unico di questa testimonianza. L’aggancio più concreto e impressionante è contenuto nel verso 47: “il superbo sta in cielo e l’umile sii danna”. Il riferimento autobiografico è inevitabile. Jacopone aveva solidarizzato con persone apparentemente umili e si era scontrato con persone apparentemente superbe. Ora, essendosi spogliato dai pregiudizi e dalle comode deduzioni del passato, la meditazione gli rivela una realtà opposta a quella che egli aveva creduto e la poesia si innalza nella sua ispirazione con lo stesso scatto entusiasmante della sua percezione spirituale:

Onne luce è tenebrìa,

e onne tenebre c’è dia …

Questa esperienza si collega direttamente a quella della prigione, in cui aveva raggiunto la più grande umiliazione, ma, allo stesso tempo e proprio per questo, la più grande forza dello spirito che lo spingeva verso il cielo “de più altura”.

In questa fase finale dell’itinerario mistico si è in grado finalmente di comprendere e attuare un difficilissimo comandamento di Dio, il più difficile per un carattere volitivo e critico come quello di Jacopone: «Non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati» (Luca 6,37). Questo richiamo di Jacopone è diretto a ciascuno di noi. 

Cerchiamo di intenderci: quella che dichiariamo verità forse è falsa e quella che condanniamo come colpa forse nasconde una maggiore conformità al disegno di Dio. Gesù si ha ripetuto in tutti i modi questo concetto. La poesia di Jacopone richiama tutti noi ad una seria riconsiderazione delle nostre manifestazioni di consenso e di dissenso. 

La conclusione di Jacopone non è forse il segno più genuino della santità?

CONCLUSIONE:  POVERTÁ VUOL DIRE LIBERTÁ …

Questa laude è come una sinfonia che si alza progressivamente di tono e di timbro, per giungere infine al finale “fortissimo” dell’ultima strofa, capace di occupare tutte le frequenze dei nostri ideali, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. 

Povertate è nulla avere
e nulla cosa puoi volere,
e onne cosa possedere
en spirito de libertate

 

 “Povertà vuol dire Libertà!” San Paolo aveva detto: “Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà (2 Cor 3, 17)”. Con ciò “non si intende soltanto una libertà dalla colpa, dalla legge e dalla morte, ma anche una libertà per l’agire, per una vita nella gratitudine, nella speranza e nella gioia” (Hans Küng)

Liberarsi dalle chiusure dell’ego, rinunciare a giudicare e finalmente offrirsi, svuotati e liberi, all’amore. Questa è la meta del misticismo di Jacopone, come di ogni religione. E anche  di ogni persona agnostica o atea che si metta con umiltà, generosità ed empatia al servizio degli altri. Gesù ha ripetuto questa raccomandazione senza sosta:

Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli (Matteo 5,3)

e, lasciatemelo dire con Jacopone, 

di essi è anche la vera libertà su questa terra

Claudio Peri, 18 Dicembre 2021  

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