Jacopone è poeta quando trasforma in canto l’odio frenetico di se stesso; quando medita sulla morte e ce ne comunica l’orrore; quando ride amaro o s’immalinconisce o s’infiamma di sdegno o ironizza ingenuo e malizioso nella satira; quando procede regalmente povero lungo la santa scia francescana; quando si commuove, o giubila con gli “angioli iubilatori” dinanzi alla capanna di Betlemme; quando si scaglia contro i traditori e falsificatori di Cristo; quando si rifugia, trepido peccatore, sotto l’azzurro manto della Vergine; quando liricamente teologizza intorno al mistero dell’Eucarestia; quando rappresenta le varie scene dell’Incarnazione e della Passione; quando s’inebria della Croce e del Sangue del Redentore. Quando infine, come colpito da vertigine, improvvisamente stramazza in mezzo alla divorante fornace dell’Amor Divino.
Né si creda (come troppi crederono fin qui) che questo antico giurista passato dal Digesto al Vangelo si esprima in un linguaggio ispido e arruffato, senz’arte. Jacopone, dice benissimo Papini, scrive né più né meno, in lingua iacoponica. Il che significa che si foggia da sé, con le parole che trova e rinnova e con altre che inventa, lo strumento più adatto a rendere i vari moti del suo spirito. Certo, per intendere, per gustare e per amare la poesia del Todino, non basta far professione di spulciatori di codici, ma bisogna essere poeti, sia pure in potenza, o cristiani come quelli fieramente peccatori e fieramente penitenti del sec. XIII.
Carducci, una volta, fece, com’è noto, questa confessione spavalda:
“Studiavo appassionatamente Jacopone da Todi e annunziavo a tutti la sua grande superiorità sul Manzoni”. Era non più d’un razzo polemico; ma verrebbe la voglia di riaccenderlo sotto il naso di certi storicuzzi ora morti, anche se vivi, della letteratura italiana, la cui cimmereità esegetica non seppe vedere nelle Laudi che il solito “poeta minore”