Il mio primo incontro con il commovente testo jacoponico è successo quarantacinque anni fa. Ero studentessa al liceo bilingue “Dante Alighieri” di Bucarest ed ero felice che, in un Paese isolato in cui il contatto con i libri stranieri era del tutto improbabile, mentre le chiese venivano atterrate per ordine del dittatore comunista, avevo trovato per pura casualità in un antiquariato una rara
antologia della letteratura delle Origini per le scuole medie superiori. Le prime parole che vi lessi, aprendo il libro a caso, furono“Figlio bianco e vermiglio / figlio senza simiglio / figlio, a chi m’apiglio?” E per lunghi decenni la cadenza, la musicalità e la drammaticità di questi versi mi ossessionarono. Finchè un giorno, quattro anni fa, mi arrivò l’invito di tradurre le più belle Laudi
per la più prestigiosa casa editrice rumena. In quelle ore infinite di lotta con quel
mixtum linguisticum di dialetto umbro antico, latinismi e coniazioni jacoponiche, con le difficoltà di adattamento alla lingua arcaizzante del testo biblico rumeno e soprattutto con la preoccupazione di non intaccare, nella variante rumena, il brivido estatico del grande mistico, la mia mano sembrava
sorretta da una mano invisibile. Sono convinta che era proprio il Beato di Todi a bisbigliarmi all’orecchio le trovate lessicali e metriche. Credo che Jacopone voleva farsi sentire anche in questo spazio ortodosso, povero materialmente ma schietto e di autentica devozione, dove il suo attaccamento alla stupenda semplicità francescana non può che trovarsi a suo agio. E’ stato Jacopone a scegliere questa terra, la quale è felice ed onorata di accogliere finalmente, dopo sette secoli, la voce potente, intransigente e autentica di uno che, facendo l’unica scelta che porta alla salvazione, ha trovato amor d’esmesuranza