PILLOLA 5 – DAL TIMORE ALL’AMORE

Mercoledì 30 Giugno 2021 – Laude XXVI, Omo, de te me lamento

Se consideriamo che la conversione di Jacopone è avvenuta intorno al 1268 (aveva circa 38 anni) e che a questa hanno fatto seguito 10 anni da terziario francescano laico, possiamo ipotizzare che circa la metà di questi dieci anni sia stata dominata dal pentimento e dal rimorso per la vita passata e dalla volontà di penitenza (vedi pillole 3 e 4). 

Il Dio che egli pensava in quel periodo era soprattutto il Giudice che gli avrebbe chiesto conto delle  sue infedeltà. In quel tempo pensava Dio con “timore e tremore”. Cito a proposito il titolo di questo libro di Søren Kierkegaard (1756-1838) perché mi pare che questo filosofo rappresenti assai efficacemente questo periodo della fede di Jacopone. Kierkegaard scrive infatti: « Ci furono uomini grandi per la loro energia, per la saggezza, la speranza e l’amore. Ma Abramo fu il più grande di tutti: grande per l’energia la cui forza è debolezza, grande per la saggezza il cui segreto è follia, grande per la speranza la cui forza è demenza, grande per l’amore che è odio di sé stesso». 

In quel periodo dopo la conversione, Jacopone sembrò ai suoi contemporanei un uomo finito: debole, folle, demente, animato dall’odio di sé stesso … E i maligni agiografi del ‘500 fissarono Jacopone con questa immagine istantanea, con il preciso intento di metterlo in cattiva luce e cancellare la memoria di ciò che egli era stato in verità.  

 

Ma, anche se ci fu il periodo del timore dopo la conversione, l’itinerario mistico di Jacopone cominciò molto presto a trasformarsi grazie alla scoperta di cui parlano le due pillole di questa terza settimana. Possiamo immaginare che ciò sia accaduto nell’ultimo suo periodo da terziario francescano, quando aveva 43-48 anni. È uno stacco decisivo del suo itinerario mistico, si potrebbe dire che è il momento della vera conversione.

La scoperta di Jacopone discende dal Vangelo di Giovanni 3, 16, in cui è scritto: «Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna». 

Nella poesia di Jacopone di questo periodo cominciò a manifestarsi, dopo il timore, l’amore di Dio e nella laude XXVI, con un titolo che contiene ancora un’ombra del rimprovero di Dio (“Omo, de te me lamento”), il ribaltamento è radicale: dal Dio che potrebbe condannarci al supplizio eterno si passa ad un Dio che si rivolge all’uomo chiamandolo “dolcissimo fratello” e lo implora di corrispondere al suo Amore. La Chiesa ufficiale era e resterà ancora lungamente (almeno fino al tempo della mia infanzia)  allo stadio del timore di Dio. Per non parlare di quel giustizialista di Dante! Ma Jacopone non era più lì e nessuno dei due riuscì a capirlo …

 

Non gire più fugenno,
o dulcissimo frate!
ché tanto t’ho gito chedenno,
che me ce manda ’l mio pate:
retòrnate en caritate,
ché tutta la corte t’aspetta,
che con nui sì te di alegrare.

El mio pate sì m’ha mandato
ch’eo a la sua corte t’armine;
e como stai sì endurato
c’a tanto amor non te ’ncline?
Frate, or pone omai fine
a questa tua sconoscenza,
ché tanto m’hai fatto penare!

Fatt’ho per te ’l pelegrinaio
molto crudele ed amaro,
e vi le man quigne l’aio,
como te comparai caro!
Frate, non m’esser sì avaro,
ca molto caro me costi
per volerte arriccare.

 

 

Non fuggire più,
dolcissimo fratello mio!
Ti ho tanto cercato,
come mi ha chiesto il mio Padre:
ritorna nel nostro amore,
dove tutta la corte ti aspetta,
perché tu possa gioire con noi.

Mio Padre mi ha mandato
perché io ti riporti alla sua corte;
come puoi ostinarti
e non farti convincere da tanto amore?
Fratello, metti finalmente termine
alla tua ingratitudine,
che mi ha fatto tanto soffrire!

Per te ho fatto un percorso
molto amaro e crudele,
guarda le mie mani,
e come ti comprai a caro prezzo!
Fratello, non essermi ostile,
poiché ti ho pagato assai caro
per farti felice.

 

Nel cuore in pena di Jacopone si accende una grande speranza, un’attesa di pace e di gioia, un desiderio irrefrenabile di correre incontro all’amore di Cristo.

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