PILLOLA 12 – RINUNCIARE ALL’ OROGOGLIO

La laude LX  –  “O amor de povertate”

Per Jacopone aderire ai tre voti di povertà, castità e ubbidienza come terziario francescano, non era stato che il primo ostacolo nel suo itinerario mistico. Un ostacolo abbastanza difficile per uno che era vissuto nell’abbondanza, aveva cercato e avuto donne più per fare sesso che legami stabili, che era abituato a comandare da funzionario del Comune. Queste tre difficoltà furono superate da uno di quegli scatti di volontà che furono certamente tipici del suo carattere forte e volitivo.

Le cose cominciarono a diventare difficili quando la tentazione cominciò a prendere la forma  degli ideali ai quali aveva scelto di dedicare tutto il suo tempo e le sue forze: crescere in conoscenza e in santità. Conoscenza e santità erano un terreno sdrucciolevole perché potevano dare gloria a Dio, ma anche naufragare  nell’autocompiacimento

 

’L primo ciel è ’l fermamento,
d’onne onore spogliamento:
granne porge empedemento
a envenir securitate.

A far l’onore ’n te morire,
le reccheze fa sbannire,
la scienzia tacire
e fugir fama de santetate.


La reccheza el tempo tolle,
la scienzia en vento estolle,
la fama alberga ed accolle
l’ipocresia d’onne contrate

 

Il primo cielo è il firmamento
con la rinuncia ad ogni onore
che rappresenta un impedimento
a trovare la vera sicurezza

Per far morire in te ogni smania di onore,
allontana le ricchezze,
fai tacere la scienza
e fuggi la fama di santità.


Il tempo toglie la ricchezza,
la scienza si perde in vanagloria,
la fama di santità alberga ed accoglie
ogni sorta d’ipocrisia.

Se l’orgoglio e la superbia del potere derivante dalla ricchezza si può eliminare rinunciando alla ricchezza, il nostro ego può cercare la rivincita utilizzando prestigio culturale e “fama di santità” come trampolini di lancio del proprio orgoglio.  Queste tentazioni dovettero certamente costituire per  Jacopone ostacoli insidiosi per il progredire del suo cammino verso il perfetto svuotamento del cuore. 

Ma nella concretezza della riflessione su sé stesso un mistico come Jacopone  non può evitare di diventare un critico, per il fatto che riflettendo su di sé egli scopre le radici di una società malata (Nouwen, 1996). Egli mostra una straordinaria capacità introspettiva e autoironica nello scoprire le debolezze e le falsità in sé stesso come nella laude XXIX “Molto me so delongato” o nella laude XLVII “Or udite la battaglia”. E anche per scoprire, con ironia sconfinante nel sarcasmo, la disgustosa miscela di arroganza, superbia e vanità  che dominava i comportamenti dei signorotti del suo tempo (laude XXV “Quando t’aliegre, omo de altura “)

Ancor meno Jacopone poteva accettare la corruzione e il peccato della Chiesa che al suo tempo perseguiva senza ritegno il più solido “potere temporale”. Un grande leader spirituale dello scorso secolo, Henri Nouwen (1932-1996), cattolico e sacerdote, descrive il problema con queste parole: «La lunga e penosa storia della Chiesa non è altro che la storia di persone che hanno preferito il potere all’amore, il controllo alla croce, l’essere capi all’essere discepoli … Molti di quanti si sono adoperati per costruire l’impero cristiano sono state persone incapaci di dare e di ricevere amore ...».  E Hans Küng (1992), teologo cattolico borderline ha scritto: «Che nel basso Medioevo la venerazione dei santi abbia portato ad enormi abusi (culto delle reliquie, indulgenze, finanze della Curia) è noto». Il Diavolo e l’acqua santa non sono gli opposti che un famoso modo di dire vorrebbe farci credere. Al contrario: sono tanto vicini che a volte si fa fatica a distinguerli …

Quanto alle vanità intellettuali, che andavano tanto di moda nelle cattedre accademiche di quei tempi come oggi, è inutile dire che Jacopone non le sopportava e spesso le metteva a nudo con graffiante ironia (ad esempio nella laude “Tal qual’è, tal’è”). Infine, Jacopone non dava alcun credito a “doni soprannaturali”, di cui erano avidi i visionari del suo tempo che: de far signi sì sono desiusi, far miraculi, render sanetate, de ratti e profezie so golusi (laude L, Or se parrà chi averà fidanza!”) . Quanto alle pretese di santità il suo linguaggio è anche più tagliente: “la fama di santità alberga e accoglie ogni sorta di ipocrisia” (vedi anche la laude XVI “Che fai anema predata?”)

Che meraviglia, sei secoli dopo Jacopone, leggere il diario della piccola Teresa di Lisieux che dice di cercare la verità senza ammettere nessuna esagerazione, nessuna attrazione per narrazioni inverosimili: niente visioni, levitazioni, bilocazioni, stigmate. 

A me pare che chi – laico o chierico – vuole smorzare o relegare tra le anticaglie i richiami di Jacopone è perché non sa o non vuole guardare con occhio limpido alle contraddizioni della Società e della Chiesa di oggi. 

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