PILLOLA17 – ULTIMO RESIDUO DI ORGOGLIO

La laude XXVIII , “Assai m’esforzo a guadagnare”

Jacopone aveva ragionato bene , ma razzolava male: il suo istinto non era del tutto domato. In nessuna laude come nella XXVIII   “Assai m’esforzo a guadagnare”  Jacopone ci presenta questo angolo di orgoglio tenacemente attaccato al suo carattere. Questa laude offre anche un esempio efficacissimo della abilità di Jacopone di variare i ritmi della poesia per esprimere più efficacemente concetti ed emozioni. Nelle prime strofe il ritmo è monotono, borbottato quasi come una litania di meriti ovvii per un frate. Poi, quando il lettore comincia ad appisolarsi, dopo sei strofe di questa tiritera, Jacopone spara con il verso “e vil cosa me sia ditta” una strofa che ha una vitalità bruciante, come erano le sue reazioni ad un’offesa o a un’ingiustizia: la sua lingua lanciava fiamme. 

Passato questo turbine di parole ed emozioni, nell’ultima strofa, il ritmo torna a placarsi, con ammiccante autoironia. 

Assai m’esforzo a guadagnare,
si ’l sapesse conservare.

Relioso sì so stato,
longo tempo ho procacciato:
e aiolo sì conservato,
che nulla ne pò mustrare.

Stato so en lezione,
esforzato en orazione,
mal soffrire a la stascione
ed al pover satisfare.

Stato so en obedenza
povertate e sofferenza;
castetate abi en piacenza
seconno ’l pover mio affare.

E molta fame sostenìa,
freddo e caldo sofferìa;
peregrino en longa via
assai m’è paruto andare.

Assai me levo a matutino
ad officio divino;
terza e nona e vespertino,
po’ compieta sto a veghiare.

E vil cosa me sia ditta,
al cor passa la saitta,
e la lengua mia sta ritta
a voler fuoco iettare.

Or vedete el guadagnato,
co so ricco ed adasciato!
c’un parlar m’ha sì turbato,
c’a pena pò perdonare

 Mi sforzo assai a guadagnare meriti,
se sapessi mantenerli.

Sono stato religioso
e per lungo tempo ho fatto del bene
e l’ho conservato in modo
che non ne apparisse niente.

Mi sono dedicato ai testi sacri,
e impegnato nella preghiera,
nella sopportazione del male
e nell’aiuto ai poveri.

Sono stato in obbedienza,
in povertà e sofferenza.
Mi piacque la castità,
secondo il mio modesto stato.

Ho patito molta fame,
ho sopportato il freddo e il caldo;
sono stato pellegrino per grandi distanze,
dovunque mi è sembrato utile andare.

Mi alzo assai presto al mattino
per assistere all’ufficio divino,
recito terza, nona e vespertino
e dopo l’ora di compieta resto a vegliare.

Ma se un’ingiuria mi vien detta,
mi colpisce al cuore come una saetta,
e la mia lingua scatta
per lanciare parole di fuoco.

Vedete che bel guadagno,
come sono ricco e tranquillo!
Una sola parola mi ha contrariato
che a malapena posso perdonare

Grande psicologia, grande autocontrollo e grande poesia!

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