Jacopone da Todi

La vita straordinaria

Jacopo dei Benedetti

Nato a Todi intorno nel 1230 dopo quattro anni dalla morte di San Francesco e morto, probabilmente a Collazzone, intorno al 1306, quando Dante iniziava a scrivere la Divina Commedia, Jacopone da Todi è il maggiore interprete in poesia dell’ideale francescano e il maggior poeta in lingua italiana prima di Dante … Anello di collegamento fra questi due personaggi sommi della spiritualità e della poesia, Jacopone è certamente il maggiore poeta religioso italiano e uno dei più eminenti mistici cristiani.

 

La sua laude “Donna de paradiso” può essere considerata la prima opera del teatro italiano. Avendo musicato alcune laudi per cantarle, come missionario itinerante, alla povera gente del suo tempo, Jacopone può essere anche considerato il primo cantautore popolare italiano.

Fino a 35-36 anni Jacopone fu un giovane della buona borghesia tuderte: intelligente, vivace, attaccabrighe, vanitoso. La sua casa si trovava nel Rione di San Silvestro, presumibilmente nel luogo che è ora occupato da Palazzo Pongelli. Dopo il dottorato in diritto conseguito all’Università di Bologna o a quella di Perugia, fu nominato Procuratore al Comune di Todi.

Le abitudini a una vita dispendiosa gli fecero presto sperperare le risorse familiari, perdere tutti gli amici, assaggiare la brutale intransigenza dei creditori. Nel periodo dai 36 ai 38 anni, attraversò una drammatica crisi che condusse alla sua conversione, cioè al totale ribaltamento della sua vita

Subito dopo la conversione, abbandonata la casa paterna, donati tutti i suoi beni materiali, vestito un saio da terziario francescano (“bizocone”), Jacopone sperimentò il pentimento per le vanità della vita trascorsa, l’abbandono e lo sberleffo degli amici, il disprezzo dei parenti. 

Per un periodo non breve fu sull’orlo dell’esaurimento nervoso, ma ne seppe uscire valorizzando due formidabili risorse: l’ispirazione francescana e quella poetica. Nella nuova vita da convertito invocava disperatamente la misericordia di Dio e l’aiuto della Vergine Maria, mentre il suo cuore si riempiva talora di un misterioso giubilo per essersi liberato dalle convenzioni sociali ed essere approdato finalmente a una vita degna di essere vissuta. Cominciò a girare per le campagne dell’Umbria come missionario itinerante tra i poveri, recitando e cantando le laudi che predicavano il pentimento, ma anche la bellezza e il conforto dell’amore di Cristo. Qualcuno, considerando la vita comoda che aveva lasciato, lo prendeva per pazzo, ma molti lo ammiravano per il suo coraggio e amavano le sue poesie.

La vita del missionario itinerante era molto dispersiva: Jacopone aveva bisogno di meditare, di frequentare i sacramenti, di studiare le Sacre Scritture e il pensiero dei grandi santi, di dare ordine alla sua vita . Chiese e finalmente fu ammesso come frate minore nel convento francescano di San Fortunato.

Fu un periodo straordinario: mentre era addetto alle funzioni più umili del convento come aiuto nell’orto e in cucina, il suo spirito fece grandi progressi nell’umiltà e nella conoscenza. Scrisse in questo periodo il maggior numero delle sue grandi laudi. Finché incappò nel secondo evento drammatico e risolutivo della sua vita. 

Nel duro contrasto fra Spirituali e Conventuali egli prese le parti dei primi, invocando il ritorno ad una religione più aderente al Vangelo. Criticò la corruzione della Chiesa dei suoi tempi, interessata al potere e alla ricchezza, e scrisse una laude di tremenda critica al Papa Bonifacio, il quale lo scomunicò e lo mise in prigione con un regime durissimo per un uomo quale era, ormai vecchio e stanco.

La prigione

La prigionia durò 5-6 anni, per la maggior parte nelle prigioni sotterranee di San Fortunato, e fu durissima soprattutto se si considera che Jacopone era molto vecchio e veniva da penitenze e privazioni di ogni tipo. 

Durante la prigionia Jacopone raggiunse il vertice del suo itinerario nell’umiltà. Pur imprigionato e sofferente egli accettò la pena con la gioia di uno che sente di essere finalmente degno imitatore di Cristo. Perdonò tutti i suoi detrattori e avversari, a cominciare da Bonifacio VIII. Descrisse in alcune laudi l’estasi mistica come nessun poeta o santo è stato mai più capace di descrivere. 

Secondo una bella tradizione non documentata ma plausibile, la vigilia di Natale del 1306, nel convento delle clarisse di Collazzone, mentre le campane della piccola chiesa di San Lorenzo invitavano alla Messa di mezzanotte per celebrare la nascita di Cristo, recitando forse l’ultima strofa di “Amor de caritate”, morì confortato dalla presenza e dalla benedizione del suo grande amico Giovanni della Verna.